
Quando finisci un libro, di solito succedono due cose:
o tutto va esattamente come avevi previsto e tu ti godi l’esplosione controllata delle emozioni, oppure ti ritrovi spiazzata, con il cervello in cortocircuito e il cuore che non sa dove mettersi.
Con Quella vita che ci manca di Valentina D’Urbano è andata così.
Cervello in crush. Cuore pure.
Con Il rumore dei tuoi passi mi aveva già tolto il respiro. Alfredo e Bea mi avevano lasciato un buco nel petto.
E adesso mi riporta lì, in quel quartiere scrostato, sporco, disperato. Mi riporta alla Fortezza. E mi presenta Valentino Smeraldo.
Valentino è un ragazzo cresciuto dentro un destino già scritto. Uno che finisce in galera quasi per inerzia, come se la sua vita non avesse mai avuto alternative vere.
Quando incontra Delia sembra aprirsi uno spiraglio: un amore istintivo, famelico, che non si fa troppe domande perché non ha tempo da perdere.
Ma andando avanti ho capito che non stavo leggendo davvero la storia di Valentino e Delia. Quella è la superficie: il cuore del romanzo è la famiglia Smeraldo. E soprattutto il legame tra Valentino e Alan.
Alan e Valentino: due facce della stessa rabbia
Alan è il maggiore. È il capo. Il maschio alfa. Quello che non abbassa lo sguardo, che urla, che impone, che spara se serve. La rabbia la butta fuori, la usa come arma.
Valentino è diverso. La rabbia ce l’ha addosso quanto lui, ma la ingoia. La lascia sedimentare. Sembra rassegnato, come se avesse già accettato che la Fortezza sia l’unico mondo possibile.
Eppure sono identici nel punto più profondo: entrambi farebbero qualsiasi cosa per la famiglia.
Valentino si lascia trascinare dalle scelte folli del fratellastro, si racconta che è per il bene di tutti, che lì dentro si sopravvive solo così.
Ma dentro di sé sa che non è vero. Sa che basterebbe poco — forse pochissimo — per spezzare la catena.
Il problema è che il sangue pesa più della libertà.
Un amore fraterno che diventa condanna
A una lettura superficiale Alan potrebbe sembrare solo l’ostacolo. Il freno. L’intralcio alla possibilità di una vita diversa.
Ma io non ci ho letto questo. Io ci ho visto un legame viscerale, feroce, quasi primordiale. Un amore fraterno che non sa essere sano, ma è autentico fino all’autodistruzione.
Alan non è solo il “gangster”. È un ragazzo cresciuto troppo in fretta, che ha trasformato la responsabilità in violenza perché non conosceva altro modo di proteggere ciò che ama.
Valentino lo sa. E per questo non riesce a staccarsi.
Il loro è un rapporto di amore e odio che può finire solo in un modo:
con la morte. Fisica per uno. Interiore per l’altro.
Sempre e comunque, la famiglia
Il messaggio che mi è rimasto addosso non è solo la tragedia.
È quella frase non scritta ma chiarissima: Prima di tutto la famiglia.
Anche quando ti distrugge. Anche quando ti trascina a fondo.
Anche quando ti toglie quella vita che forse, altrove, avresti potuto avere.
E alla fine ti chiedi se Valentino avrebbe potuto scegliere davvero.
O se, in certi quartieri, in certe famiglie, la scelta è solo un’illusione.
